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Appunti di psicologia dell’invecchiamento

psicologia


Appunti di psicologia dell’invecchiamento



Il termine “invecchiamento”, come i termini sviluppo, accrescimento, maturazione, indica un processo attraverso cui un essere vivente si modifica in funzione del tempo che passa. Rispetto agli altri termini, però ha acquisito connotati negativi, in quanto richiama alla mente tutti i processi che portano alla morte e perché simboleggia la perdita: basti pensare all’inevitabile decadimento delle funzioni organiche e mentali, alla cessazione del lavoro, ai cambiamenti delle 252g61c relazioni familiari e sociali.



Tutto ciò provoca nell’anziano delle reazioni, che possono sfociare in vere e proprie crisi esistenziali.


La paura di” diventare vecchi”


L’uomo vive oggi una situazione conflittuale, in quanto ambivalente. Da un lato vi è il desiderio di vivere a lungo, dall’altro lato vi è la paura d’invecchiare e di ammalarsi.

Gli anziani vivono quindi con l’incertezza e l’esitazione, anche se la loro vita può essere attiva e soddisfacente, perché non sanno quanto tempo ancora hanno a disposizione. Alcuni accettano la nuova condizione di vita, con equilibrio e serenità, anche se il momento della morte rimane il pensiero più ricorrente nella loro mente mentre altri anziani odiano la vecchiaia perché affondano sempre di più nel decadimento fisico e psicologico.

La vecchiaia, psicologicamente, comincia quando la persona inizia a guardarsi indietro con nostalgia e il futuro appare pieno di insicurezze e domande, mentre i giorni più felici sembrano essere scomparsi.

Le comuni paure che affliggono l’anziano sono:

La morte

Il morbo di Alzheimer e la paura di non ricordare più nomi, persone, esperienze o

avvenimenti

Il decadimento organico e la perdita delle forze

La paura delle malattie (il  cancro, le malattie cardiache, i decubiti ecc)

La paura di perdere potenza sessuale, fascino, fertilità e bellezza;

La paura di non potersi muovere e di dover stare chiusi in casa o per sempre a letto immobilizzati

La caduta di status sia pubblico che privato, non avendo più un ruolo lavorativo;

La paura di rimanere solo per la perdita del coniuge, famiglia ed amici;

La paura di andare in istituto, di perdere la propria casa, e di non poter più essere indipendente;

Ma la paura più grande è certamente quella di  diventare un peso, di non avere più compiti da svolgere, di non essere più necessario a qualcuno.

Questi stati d’animo si esprimono in modi e con intensità diverse. Dal punto di vista psicologico l’anziano potrà risolvere tale problematica in due modi:

La rimuovendo l’ostacolo: rifiuta la realtà vivendo in un mondo irreale;

La razionalizzando le proprie paure: si chiude in sé, non adattandosi più ai cambiamenti della sua età, accettando la propria impotenza e dandosi delle giustificazioni.

La continua frustrazione può inoltre  portare l’anziano a cadere in una condizione di insicurezza. Essa comprende l’ansia, la sensazione di non essere importante, la paura di essere emarginato.

Il disadattamento dell’anziano


Nella nostra società l’anziano vive il fenomeno della solitudine,che lo porta ad essere disadattato.

Il disadattamento può essere di due tipi:

- Disadattamento oggettivo: se le circostanze, cioè la salute, l’ambiente, la situazione, sono tali, da considerare l’anziano fuori posto;

- Disadattamento soggettivo: se l’anziano vive questo stato, ma esso non corrisponde alla realtà.

Solitamente il disadattamento dell’anziano è legato al ritiro dalla vita pubblica, quindi dal lavoro, e ciò implica un cambiamento del ruolo dell’anziano.

Si può facilmente riconoscere un anziano disadattato perché esso esterna forma di comportamento particolari quali: distacco dalla vita reale; abbassamento dell’umore; isolamento e chiusura in sé stesso; rapporti difficili con l’ambiente e le persone; fuga dalla realtà e creazione di un mondo fantastico; convinzione di non essere capito o di essere perseguitato; disagio, malessere ed insoddisfazione; discussioni, litigi, colpevolizzazioni; ansie legati a comportamenti regressivi o di difesa, che provocano

disadattamento; contraddizioni che nascono da incertezze, dal pericolo di perdere la stima degli altri o la riconoscenza;esaltazione del passato, rifiutando il presente.


Il benessere psicologico dell’anziano


Il benessere esprime la nostra identità e il modo in cui viviamo.

Nell’anziano il benessere non deve essere inteso come completa piena salute.

Bisogna considerare l’invecchiamento come un fattore biologico e se vuole vivere a lungo bisogna invecchiare. In ogni caso non si deve paragonare la vecchiaia ad una malattia. La vecchiaia è uno stato normale della vita come può esserlo l’adolescenza e non uno stadio dove si perde la normalità.



Coloro che invecchiano meglio sono quelli che durante la vita non hanno avuto gravi problemi fisici, ma soprattutto coloro che sono contenti di sé, degli altri e della vita e pensano di aver realizzato la maggior parte delle proprie aspirazioni.



Il benessere dell’anziano è legato ad una continuità esistenziale; non è possibile pensare che ci sia uno scarto netto tra le diverse età. Il modo di affrontare l’età senile è infatti strettamente infatti strettamente

correlato al modo in cui sono state vissute le età precedenti infatti strettamente

correlato al modo in cui sono state vissute le età precedenti, ovviamente cambia lo stile di vita, il modo tradizionale di apprendere, di agire, di riposare.

La persona anziana ha bisogno di poter ancora svolgere ruoli significativi o ruoli nuovi.



Il vissuto della malattia nell’anziano



L’Anziano si sente esposto alla malattia e capisce di essere sempre più fragile di fronte a questa eventualità; e lo è ancora più se la malattia è prolungata e fa presumere l’indesiderato e preoccupante scenario dell’invalidità, della perduta autonomia, della dipendenza, della privazione della propria libertà di movimento e di quanto ne consegue. Non sorprende quindi che le precarie condizioni di salute costituiscano un causa frequente di disadattamento, timore e angoscia. Per le persone anziane il dolore è strettamente collegato all’idea di malattia e la sofferenza è avvertita come la diretta conseguenza di quest’ultima.

Quasi tutte le persone di età avanzata dichiarano espressamente di temere meno la morte della malattia perché la prima porrebbe termine alla sofferenza mentre la seconda la aumenterebbe.

Star male è destabilizzante psicologicamente; lo è a tutte le età, ma lo è soprattutto per l’anziano e per diversi motivi:

1)     Per l’anziano essere ammalato significa sentirsi di peso agli altri e questo accentua la consapevolezza di non essere più in grado di ricoprire il proprio ruolo.

2)     La malattia, comparsa in età avanzata, induce un maggior grado di depressione, porta a sentirsi debilitati, provoca frequente insoddisfazione e timori.

3)     L’anziano tende a credere che la malattia sia diretta conseguenza dell’età

4)     L’anziano identifica la propria malattia con il sentirsi inutile


Il sentirsi inutili e di peso alla famiglia perché ammalati, è un sentimento collegato e spesso costituisce la base di una condizione di disadattamento.

Negli uomini, l’essere di peso ai famigliari a causa della malattia e il sentirsi inutile hanno lo stesso significato. In altre parole, gli uomini non scindono i due concetti, mentre per molte donne le due variabili non hanno lo stesso valore. Ciò può essere interpretato in vario modo. Nell’uomo l’ essere ammalato equivale ad essere di peso alla famiglia, perchè in quella condizione non può mantenere il suo ruolo sociale e non può lavorare anche quando si sente di farlo. Nella donna star male non significa necessariamente essere di peso alla famiglia, perchè è sono quasi sempre in grado di curare le faccende domestiche e quindi di assolvere al proprio ruolo famigliare. Inoltre nella donna la malattia non rappresenta mai il primo avviso della vecchiaia incipiente, questo può venire riconosciuto già nella menopausa.

Che la malattia sia considerata una conseguenza obbligatoria dell’invecchiamento esprime, in una certa misura, un pregiudizio. Il legame vecchiaia-malattia è riconducibile a ragioni biologiche ma anche ad altre di ordine psicologico e sociale. Il vissuto della persona non ha nulla a che fare con geni e batteri, ma è espressione del sentimento di sconforto verso la vecchiaia, dovuto al tradizionale pessimismo con cui si considera questa età dell’uomo.

In sintesi, mentre la massima parte dei giovani considera la malattia un evento temporaneo, un corpo estraneo contro il quale si reagisce e ci si sforza di espellere, con l’avanzare degli anni la si vede sempre più come una possibilità strutturale, un elemento intrinseco della persona che invecchia, dal quale non ci si potrà più distaccare e che preannuncia sofferenze e la fine dell’esistenza.








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