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Giovanni Pascoli - Il tema del nido

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Giovanni Pascoli - Il tema del nido



Al centro del simbolismo pascoliano c’è il legame nido-casa-culla. Il nido, racchiuso e tondo, delimita lo spazio interno e offre protezione e sicurezza in contrapposizione allo spazio esterno, esposto alle aggressioni, alla violenza e al male.



Il nido rappresenta la famiglia e l’infanzia prima dell’uccisione del padre e diventa il luogo di regressione psicologica, del ritorno all’infanzia in una sorta di autoreclusione che tiene al riparo dalle esperienze adulte, cui guardare fra seduzione e timore. 414i81e Di conseguenza, come in un’adolescenza prolungata, il mistero del sesso e della vita amorosa è vissuto da Pascoli con attrazione, paura e insieme rifiuto. L’ideologia del “nido” comporta in definitiva per Pascoli una fuga dalla realtà contemporanea e dalla vita, vista come impenetrabile mistero le cui uniche certezze sono il dolore e il male.

“Nido” significa anche poesia, intesa come scoperta della disposizione e della sensibilità infantile del poeta. Pascoli afferma che in ogni uomo c’è un fanciullino interiore, destinato a restare innocente ed ingenuo, anche se noi cresciamo e diventiamo adulti. Soprattutto nel poeta resta vivo questo “fanciullino”, fonte di ispirazione artistica, vista come intuizione, rivelazione del mistero della vita presente nelle umili cose senza l’intervento della razionalità, espressione immediata degli stupori infantili, dei trasalimenti e delle meraviglie.

Alla luce dell’ideologia del “nido” si possono spiegare anche le posizioni politiche di Pascoli, apparentemente contraddittorie, come l’adesione al socialismo da un lato – inteso non come lotta di classe ma come solidarietà tra gli uomini – e l’appoggio alla conquista coloniale della Libia dall’altro. Nel suo discorso politico la grande Proletaria si è mossa, tenuto a Barga il 26 novembre 1911, socialismo e nazionalismo si fondono e si confondono.

Il discorso si incentra intorno ad un concetto che in quegli anni era caro ai nazionalisti: vi sono nazioni potenti e ricche, che opprimono le altre, e nazioni “proletarie” e povere, che sono da esse sfruttate e schiacciate. Queste nazioni “proletarie” hanno il diritto di lottare contro le grandi potenze, per ottenere soddisfazione ai loro legittimi bisogni. In particolare, i nazionalisti vedevano nell’emigrazione dei lavoratori italiani verso nazioni più avanzate e prospere, un attentato all’integrità del popolo italiano e un’umiliazione cocente inferta all’onore nazionale, perchè la massa degli operai italiani era all’estero schiavizzata e disprezzata. Il problema è particolarmente sentito da Pascoli, poiché viene a colpire una zona profonda della sua sensibilità: il poeta estende alla dimensione della nazione il concetto di “nido” familiare chiuso e protettivo, da difendere gelosamente nella sua integrità, perciò il fenomeno dell’emigrazione appare ai suoi occhi traumatico e lacerante come il distacco dal “nido”, dai legami oscuri e viscerali del sangue.

Leggendo le pagine del discorso, sorge spontaneo un quesito: come poteva Pascoli, con il suo socialismo umanitario, che aveva orrore per la violenza e sognava un’umanità affratellata e non più divisa da odi e rivalità ma unita da sentimenti di solidarietà e concordia, esaltare una guerra, per di più imperialistica, di conquista coloniale? Tutto il brano, in effetti, mira proprio a cercare giustificazioni alla guerra.

Il primo argomento è che i lavoratori italiani, mentre prima erano costretti dalla mancanza di lavoro ad emigrare, staccandosi dolorosamente dalla loro terra, ora, con la conquista della Libia, possono restare sul suolo della patria perchè le colonie non sono che un prolungamento della terra natia; mentre prima, in paesi stranieri, erano sfruttati, disprezzati e umiliati come degli schiavi, ora invece potranno coltivare la loro proprietà. Si ritrova qui il mito della piccola proprietà agricola come base della dignità dell’individuo, libero e sovrano sulla sua terra. Le radici del nazionalismo pascoliano affondano nell’ideologia di una piccola borghesia di proprietari rurali, minacciata e a poco a poco annientata dall’avanzare della concentrazione capitalistica, un ceto che idealizza la propria condizione e la propone come supremo modello di vita, cercando disperatamente di evitarne la cancellazione dalla storia.

A costruire l’ideologia nazionalista e colonialista di Pascoli concorrono anche elementi culturali, e più esattamente la cultura umanistica: l’emigrazione dei suoi figli è una cocente umiliazione per una patria nobilissima, che ha dato i natali ad una serie di grandi uomini, poeti, pensatori, artisti, scienziati, condottieri, navigatori; è questo onore nazionale che deve essere riscattato attraverso la guerra. Non solo, ma la Libia era un tempo romana e reca ancora le vestigia della grandezza del passato. Gli Italiani hanno quindi il diritto di ritornare su una terra che un tempo era dei loro antenati, di ripristinare i bei nomi antichi, Tripoli, Berenice, Leptis Magna.

Un altro argomento “forte” proposto a giustificare la guerra di aggressione e di conquista è che le popolazioni arabe che occupano il territorio libico sono nomadi e neghittose, non hanno coltivato quella regione, ma l’hanno distrutta, trasformandola in un deserto. Hanno così sequestrato un bene prezioso, la terra, sottraendo cibo, vesti e casa all’umanità che ne ha bisogno. La guerra di Libia non è dunque per il poeta una guerra offensiva, ma difensiva: l’Italia difende con essa gli uomini e il loro diritto ad alimentarsi e vestirsi con i prodotti della terra. La sua è una missione umanitaria e civilizzatrice, essa usa la guerra per portare la pace a popoli che conoscono solo la forza, per liberare, non per opprimere, per coltivare, per far progredire. Il nazionalismo colonialista, dietro la maschera umanitaria, si colora così apertamente di razzismo: Arabi e Turchi, per Pascoli, sono popoli barbari, crudeli, neghittosi, incivili, inferiori ed una nazione di altissima e antica civiltà come l’Italia ha non solo il diritto, ma il dovere, di portare ad essi tale “civiltà”, anche con la forza.

Nel discorso pascoliano ricorre un altro caposaldo del pensiero nazionalista del primo Novecento. Attraverso la guerra coloniale si opera un riscatto delle plebi italiane, che erano state estranee agli ideali risorgimentali e alla nozione di patria, viene cementato finalmente lo spirito nazionale: dalla guerra esce una vera nazione, unita dalla fede in comuni valori. Combattendo fianco a fianco, giovani provenienti dalle più varie regioni d’Italia stringono tra loro profondi legami e giungono così a superare le barriere regionali che costituivano un ostacolo ad un’autentica unità nazionale.

Ma per Pascoli cadono nella guerra anche le barriere tra le classi: nella battaglia l’artigiano e il contadino combattono e muoiono a fianco del borghese e del nobile; l’unica lotta che si instaura tra loro è l’emulazione per compiere eroicamente il proprio dovere. Ricompare qui un concetto centrale dell’ideologia pascoliana, già espresso nel Fanciullino: la necessità di abolire la lotta fra le classi. L’ideale di Pascoli è una società senza conflitti, in cui permangono le divisioni tra i vari ceti sociali, ma in cui ciascuno resti al suo posto, contento di quello che ha, senza contrapporsi a chi sta al di sopra di lui per scalzarlo. Il concetto marxista di “classe” viene addirittura negato: non possono essere definite classi , per Pascoli, quelle che non hanno confini rigidi, quelle in cui si può entrare e da cui si può uscire liberamente. Il pensiero del poeta diventa quindi contraddittorio: da un lato esalta una società dinamica, dove gli individui possono passare con facilità da un livello sociale all’altro, ma al tempo stesso propone un’immagine statica di società, in cui ciascuno realizza se stesso e la propria felicità restando pago del posto che occupa e non desiderando di più.






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